Serradifalco

La storia di Serradifalco e della Banca del Nisseno raccontata dall’artista Stefania Bruno con la tecnica della “sand art” in occasione del 1° Festival del Socio “Fiera dell’Economia Locale”.
Serradifalco, 4 agosto 2013

Sand Art per Banca del Nisseno

Il paese di Serradifalco
Un tempo molto lontano, quando ancora la Sicilia era una terra libera dall’assedio di re e soldati invasori, il cuore dell’Isola era un’oasi di arbusti e acquitrini. Queste terre pacifiche e semideserte erano percorse da cavalli bradi e uccelli dalle grandi ali. Un giorno, un falco reale dalle piume color ocra sbucò all’orizzonte e virò verso una pianura sulle sponde del lago Soprano. Il suo volo si fece più pigro, il falco riusciva a galleggiare nell’aria sorretto da un vento tiepido emanato dalla montagna. Lo respirò ad alta quota e si lasciò scivolare giù a pelo d’acqua. Le sue piume si allargarono mentre il sole le illuminava. Posò le zampe sul terreno e percepì un battito, come se il sottosuolo avesse un cuore che palpitasse. Era un falco femmina e decise di deporre lì le sue uova.
Da allora quella contrada fu chiamata Serra di lu farcuni, e poi Serra di farcu. I suoi abitanti hanno ereditato da quel falco capostipite, posto a simbolo sullo stemma della città, la fierezza dello sguardo, la capacità di volare al di sopra delle vicende umane e il desiderio di esplorare le viscere della terra.
La terra di Serradifalco alla fine del 1200 fu donata da re Pietro primo d’Aragona a Berengario Angileri e successivamente entrò a far parte della contea di Caltanissetta, e dei possedimenti dei signori di Pietraperzia, e, dopo una lunga altalena di passaggi, nel 1625 il territorio pervenne a Francesco Grifeo nominato dal re spagnolo Filippo IV “primo marchese di Serradifalco”. Nel 1652 il palermitano Leonardo Lo Faso comprò da Benedetto Trabia la baronia di Serradifalco consistente in terre, fabbriche, mulini, sorgenti d’acqua e un piccolo casale. Il censimento dell’anno successivo, il 1653, vide comparire per la prima volta il nome del paese di Serradifalco, eretto a comunità con i suoi 457 abitanti distribuiti in 65 case. Negli anni successivi l’abitato si ingrandì, soprattutto verso sud, sulle rive della sorgente Testa di l’acqua fino a raggiungere oltre 10.300 unità agli inizi del 1900. Questo straordinario sviluppo del territorio guadagnò a Lo Faso da parte di re Filippo IV il titolo di “primo duca di Serradifalco” e un posto nel Parlamento siciliano per sé e i suoi discendenti. Il duca e i suoi poterono inoltre esercitare la giustizia su tutto il feudo. Nel 1812 vennero aboliti i privilegi baronali esercitati in tutta l’Isola e Serradifalco venne aggregata al distretto di Caltanissetta.
Nel 1740 venne edificata la chiesa madre del paese dedicata a San Leonardo, abate di Noblac, santo patrono la cui festa cade tutt’oggi ogni seconda domenica d’agosto. L’abate francese eremita nel Medioevo fu uno dei santi più venerati in Europa. Nato nel quinto secolo in una località vicina ad Orleans, fin da giovane, preferì seguire gli insegnamenti cristiani che dedicarsi alla carriera cavalleresca. Da sempre al fianco di poveri, diseredati, oppressi, carcerati e di chi subiva ingiustizie, deluse le aspettative dei suoi familiari rinunciando alla vita di corte e scelse San Remigio come sua giuda spirituale. Leonardo si recava spesso con il suo maestro in visita ai poveri, ai sofferenti negli ospizi, nelle misere abitazioni, nei tuguri, nelle grotte. Morto sulla nuda terra il 6 novembre del 559, viene rappresentato con delle catene, per la sua particolare protezione degli imprigionati o carcerati ingiustamente.
Compatrona del paese e protettrice degli operai della miniera è la Madonna Addolorata alla quale è dedicata una delle feste principali di Serradifalco la terza domenica di settembre. Questo appuntamento è una festa popolare molto sentita: il simulacro della Madonna viene accompagnato lungo le vie cittadine fino alla Cappella di Marici, dove sorge una cappella votiva eretta dai minatori per la Vergine Addolorata. Qui i pirriaturi un tempo si inchinavano per qualche istante a capo scoperto prima di iniziare le fatiche della giornata e subito dopo il turno di lavoro. Di quella antica tradizione, è rimasta la litania:
“e passannu di sta chisuzza di Marici, li surfarara si facivanu la cruci”
“cu lu scuru vaiu e cu lu scuru vignu”.
La Madonna è costantemente presente nelle tradizioni e nel cuore degli abitanti di Serradifalco. Solo lei, la Madre di Cristo, ben conosce e comprende le sofferenze di questo suo popolo martoriato dalla povertà, dalla durezza del lavoro, dalla disoccupazione e dall’emigrazione.  Ai piedi di Maria Addolorata è tutto il paese di Serradifalco e a lei chiede ogni anima di risanare le ferite del tempo e della Storia.
Stefania Bruno 1

Il poeta serradifalchese Angelo Rizzo così la prega:

“Vergini Addulurata. Ca chianciti
intra la figuredda di Marici,
chianciti pi nuantri si putiti,
ca simu puvuriddi e infilici!”

Sunnu carusi e pàrinu già ranni:
lu tascu largu e li piduzzi scanzi,
dimostrano chiossà di setti-ott’anni.
Vanu pi di viola e li sbalanzi,

‘nmizzu a lu fangu, a li petri, a li zotti,
‘ntre un paisaggiu turmintatu e avaru.
L’accumpagna la luna, nni la notti,
la luna ca suvrasta la surfara.

Ahi!, la surfara, conca di duluri,
si spasimi, di lagrimi, di morti:
la surfara ca ‘ngrassa li signuri
e a nuantri lassa peni e lutti!

Il Quadrato, la piazza principale di Serradifalco, è considerato il salotto politico, sociale ed economico del paese: qui si facevano affari, si contrattava, si mediava, qui si radunava la manodopera terriera e i minatori pronti a immergersi nella pancia della terra. Il Quadrato è luogo di incontro delle
quattro strade principali: corso Garibaldi, via Duca, via Roma e via De Gaspari. Sui suoi quattro lati si affacciano le vetrine delle macellerie con i loro “quarti” di carne e le salsicce appesi agli uncini. Salotto buono della città era storicamente il “Bar Sicilia”, riservato alla gente facoltosa. Per i lavoratori delle miniere, delle terre e i carrettieri era sempre aperta invece l’osteria, dove era consuetudine consumare una bevuta, una cena a base di pane, olive, formaggio e qualche carciofo bollito, per poi trascorrere il tempo della digestione passeggiando sul Quadrato.
Serradifalco è un paese di lavoratori e di povera gente sottomessa per secoli all’autorità imposta dall’alto, ma non per questo indolente e brontolona. I serradifalchesi hanno sempre un buon motivo per sorridere, per rimettersi in piedi, per cantare, per raccontare. E così descrive il suo paese il poeta serradifalchese  Giuseppe Cordaro:

A stu Paisi cci staju di nna vita,
canusciu ogni vanedda e curtili,
canusciu ogni chiesa e campanili,
canusciu surfarara e campagnuli.

Li petri di li casi sunnu vivi
e l’anciddri cci cantanu canzuni,
lu surfaru sutta terra a l’ammicciuni
suda lu sangu di li fratuzzi mia.

A tia Signuri, ca facisti stu paisi
e lu pusasti ‘ncapu a tanti petri,
nun ci mittisti genti ‘mbalsamati,
ma genti di pinsera travagliati.

Ci mittisti ‘ntesta a l’omu ca lu fici,
la scienza, l’amuri e tanta paci,
la genti subitu ci fici li radici
e custruì tanti e tanti casi.

Accussì nascì Serradifalcu mia,
gintili paisi di tutti amatu.
Sì, tu ci sta e nun ti sinti carzaratu,
ma vuli, lu vulu di la fantasia.

Le miniere
La città ha impressa nella memoria la civiltà delle miniere. La villetta del Minatore è dedicata a tutte le vittime del duro lavoro nelle zolfare. Da alcuni anni Serradifalco celebra la Festa del Minatore il 4 dicembre, ricorrenza di Santa Barbara protettrice dei pirriaturi.
Fu tra il 1830 e il 1840 che si aprì la terra di Serradifalco per gli scavi delle gallerie di due miniere di zolfo, Rabbione e Grotta d’acqua, attività che richiamò molta gente dai paesi vicini. Nel tempo, furono avviate estrazioni di zolfo anche a Mandra di Mezzo, Bosco, Apeforte e Stincone. La produzione minerale ebbe la sua massima espansione tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando Serradifalco registrò il più alto numero di abitanti  e un discreto benessere economico. Erano più di 200 a turno i minatori che alla sera, con le lucerne in mano, si incamminavano sulla trazzera polverosa e fangosa che scendeva ripida fino a li pirreri e poi da lì giù per 500 o 600 gradini fin dentro le viscere della terra.
Le miniere di zolfo sono ormai esaurite e inattive, fino alla fine degli anni ottanta è rimasta in funzione la miniera Stincone della Montecatini-Edison, società per l’industria mineraria e chimica, ricco giacimento di zolfo e sali potassici, ma l’economia locale non ha subito duri contraccolpi grazie alle miniere di sale di Bosco e Palo che sfruttano giacimenti scoperti di recente. Le nuove miniere sono organizzate con criteri moderni e utilizzano mezzi di alta tecnologia che assicurano rendimenti soddisfacenti e sicurezza dei lavoratori.
Per l’estrazione dello zolfo venivano utilizzate metodologie rudimentali, come le mine, che collocate in appositi fori, venivano fatte esplodere, ma bastava una piccola scintilla a fare incendiare tutto un intero livello. Quando si estraeva, lo zolfo non era puro, ma attaccato a molti altri minerali quali gesso, terra, quindi per poter scindere lo zolfo dal resto, il tutto veniva fuso, in “calcarelle” prima, in “calcaroni” poi e infine, nei forni Gill. Dai “calcaroni” si ottenevano 7000-8000 pezzi di zolfo al giorno. Per un secolo si studiarono centinaia di processi per la fusione dello zolfo ma, quando si raggiunsero le migliori soluzioni, le nostre solfare si avviarono alla chiusura.
Vero protagonista del sottosuolo era il picconiere, che rappresentava il baronetto della classe operaia. Il suo compito principale era quello di scavare il minerale. Il suo lavoro di ricerca e di abbattimento dei filoni zolfiferi era particolarmente difficile e rischioso a causa della temperatura molto elevata, della poca luce e dell’aria nelle gallerie che si presentava piena di gas e polvere. Al loro fianco, anche nelle miniere di Serradifalco, lavoravano i carusi, bambini e ragazzi che a causa della fatica e degli stenti del processo lavorativo dello zolfo si ritrovavano con il corpo deformato. Il loro compito era quello di portare sulle spalle materiali pesanti ed erano addetti ad aprire e chiudere le porte che separavano i settori della miniera. I carusi più piccoli portavano sulle spalle pesi fino a 30 chili, mentre quelli dai 16 ai 18 anni fino agli 80 chili. Il numero dei viaggi quotidiani si aggirava sui trenta al giorno. Secondo la legge, si poteva diventare caruso già a 12 anni anche se, chi proveniva da famiglie molto povere, era costretto ad andare a lavorare molto prima. Così come i minatori adulti, lavoravano fino a sedici ore al giorno e la notte non tornavano a casa ma dormivano nella miniera. Quando dopo diversi giorni uscivano dalle gallerie non riuscivano nemmeno a sopportare la luce.
Era il picconiere che in base alle proprie esigenze sceglieva sia il numero che l’età del gruppo di carusi che sarebbero diventati di sua proprietà. Veniva stabilito infatti un vero e proprio contratto fra caruso e picconiere, secondo il quale il picconiere doveva versare al ragazzo, e per lui alla famiglia, una somma di denaro come cauzione per eventuali infortuni, soldi che andavano restituiti allo scioglimento del contratto o riscattati con ulteriori prestazioni di lavoro. Questa cauzione, chiamata “soccorso morto”, era però frequente motivo di liti e di controversie perché difficilmente veniva restituita dalle famiglie dei carusi nei tempi e nelle modalità previste. Ai genitori dei carusi veniva infatti corrisposto un pagamento anticipato di circa 100, 150 lire. La paga dei carusi era, però, di pochi centesimi al giorno, quindi la situazione di semi-schiavitù poteva protrarsi per anni. Per sfuggire alle fatiche e ai maltrattamenti i carusi fuggivano spesso dalle miniere e non riuscendo il più delle volte a tornare a casa rimanevano a vagare per le campagne circostanti vivendo di accattonaggio.
Bisognerà aspettare il 1905, 27 anni dopo l’emanazione della prima legge, per arrivare all’attuazione dell’obbligo scolastico, che escluse dal lavoro i minori analfabeti. E così, molto lentamente, venne lentamente sradicata la tratta dei carusi.
Il poeta ennese Alfredo Rutella ha voluto affidare al suo celebre poema dal titolo “Civiltà” la memoria della triste condizione dei “carusi”, che giunti all’età adulta, malati e malformati, non avevano diritto neanche a uno straccio di pensione:

Quannu l’autri carusi ammizzigghiati
Vannu a la scola senza studiari,
iddu abbuscannu cauci e garciati
già travagghiava intra li surfari.

Ittatu sutta terra criaturi
Nun appi di lu suli la carizza,
nun canuscìu la parola amuri
e si nutrìu di pani e d’amarizza.

Ristò com’un briganti cunnannatu
ppi tantu tempu a ddra vitazza amara
finu ca vecchiu, stancu, già malatu
li so patruna lu jttaro fora.

Oggi assittatu supra lu scaluni,
davanti a ‘ na chiesa soffri ancora:
stenni la manu e fa l’addimannuni!

Oltre alle devozione per la Madonna Addolorata, nei paesi di miniera è molto sentita la venerazione per Santa Barbara. Viene festeggiata dalla chiesa cattolica e ortodossa il 4 dicembre, data che ricorda la ricorrenza del suo martirio. È invocata contro la morte improvvisa per fuoco, perciò gli esplosivi e i luoghi dove vengono conservati sono spesso chiamati “santabarbara” in suo onore. È lei che dall’alto custodisce tutti i lavoratori delle miniere, gli addetti alla preparazione e custodia degli esplosivi e di chiunque rischi di morire di morte violenta e improvvisa. Molto invocata dai militari, è anche la protettrice della Marina militare italiana e dei Vigili del fuoco. Ci si rivolge a lei recitando: “Santa Barbara benedetta, liberaci dal tuono e dalla saetta”.
Ed ecco come viene invocata la santa dalla pietà popolare:

“Santa Barbaredda china di carità
li porti apirti e li cammari parati
l’Angilu passa e la Madonna grida
mmiatu l’arma ca trapassa l’ura.”

“O santa Barbara
o santa Barbarina
dei minatori
sei la regina.

Anche mio padre
sempre me lo diceva
di star lontano
dalla miniera.

Ed io testardo
ci sono sempre andato
finché una mina
mi ha rovinato.

Non ci son più medici
e nemmeno medicine
che fan guarire
le mie rovine.

Non più medici
e nemmeno professori
che fan guarire i miei polmoni.

O santa Barbara,
santa Barbarina,
dei minatori sei la regina.”

Antichi mestieri e nuove imprese
Oltre ai minatori, a popolare le strade di Serradifalco c’erano il pastore, il figulo, “u quartararu” che costruiva oggetti in terracotta, il fabbro, il falegname, il calzolaio, “lu scuparu” che lavorava la giummarra (saggina), per fare le scope, le corde e le ceste usate in agricoltura, “lu vardunaru” (sellaio) che si dedicava alla preparazione delle selle e dei basti che servivano a sellare gli animali, “lu cufinaru” che provvedeva a fare ceste e panieri di ogni tipo intrecciando canne e virgulti di olivo, e l’ombrellaio, “lu paraccaru”.
Ma sono state principalmente due le categorie di lavoratori che hanno portato avanti nei solchi della Storia l’economia serradifalchese: i contadini e i carrettieri.
I contadini e i braccianti si sentivano più fortunati degli zolfatai per le loro condizioni di lavoro, ma non certo per i guadagni, legati alle altalenanti condizioni atmosferiche. Tradizionalmente, erano coloro che si alzano di buon mattino per andare al podere e rientravano a casa dopo il tramonto. Storicamente sono stati tra i lavoratori più vessati e sfruttati dai signorotti padroni dei latifondi e oggi l’intera categoria è come estinta, visto che i giovani sono emigrati. I vecchi contadini hanno venduto la terra e l’hanno vista spogliare dei vecchi ulivi, dei mandorli e dei carrubi per far posto ai vigneti.
Così scrive il poeta Angelo Rizzo descrivendo “u viddanu” di un tempo:

Prima c’annarba, all’ucchiu di la chiana,
vidi, pi via, passari lu viddanu:
teni a lu cuddu appisu una tascappanu
e na zappudda, lucida la lama.

Lintu lu pedi e lu curuzzu affrittu,
passa e ripassa pi la stessa strata:
lu provanu lu callu e la jilata,
ma chiddu nun s’arrenni e tira drittu.

E nn’havi di zappari pi n’annata,
piviru viddaniddu, cu la spranza
di jittari un muccuni nni la panza!
Ma, tanti voti, sorti sciala rata,
cci appizza la puddritra e la vardedda
e, stannu cu li labbra sbarracati,
pari vuliri diri: “Sfurtunati,
nn’aviti di gridari, o ma’ vudedda!

I carrettieri erano in qualche misura gli antesignani dei camionisti di oggi. Vivevano quasi sempre fuori dal paese che lasciavano per trasportare carretti cigolanti che si snodavano perlopiù su un identico percorso, la lunga e articolata tratta che collegava Serradifalco con Vittoria, nel Ragusano. Quattro, sei o più carretti, l’uno dietro l’altro a carovana, procedevano a processione a ritmo degli zoccoli dei muli per un giorno o una notte. Il loro compito era quello di rifornire di vino le osterie del paese e per farlo andavano ad attingere direttamente dalle pregiate botti di Vittoria, ma trasportavano anche sacchi di grano provenienti dai magazzini dei porti di Gela e Licata, oppure ancora balate di zolfo sfornate dalle miniere.
Non tutti i carrettieri lavoravano in proprio. Non tutti infatti erano in possesso del un capitale minimo di base costituito da un carretto con cavallo o mulo. Molti carrettieri lavoravano quindi alle dipendenze di un altro carrettiere, proprietario di più carretti. Non vivevano nella stessa indigenza di quanti lavoravano nelle campagne, ma non avevano certo il tempo né la voglia di far studiare i figli. I carrettieri erano però dei “caminanti” e in quanto tali hanno avuto la possibilità di conoscere paesi diversi dal loro, incontrare gente che parlava altri dialetti, si sono informati, hanno informato, hanno ascoltato, hanno raccontato, abili com’erano nell’adattarsi a situazioni sempre nuove. I carrettieri spesso entravano in competizione tra loro per ostentare la bellezza del proprio carretto, su cui, oltre alle pitture, i costruttori più abili sfoggiavano piccole sculture ad altorilievo, ma si sfidavano anche per la musicalità dei carretti. Ogni carrettiere sapeva, infatti, che se il carretto “non suonava”, non era un buon carretto. Il suo suono era dato dai vusciuli di rame posti all’interno dei mozzi delle ruote che risuonano mentre il mezzo era in movimento, una musica che era di norma accompagnata da canti seguiti ad arte. I canti dei carrettieri non erano canti comuni, erano esecuzioni intense in dialetto che alleviavano la fatica, distoglievano dal sonno e frenavano il senso della solitudine.

Iu partu e su’ custrittu di partiri,
ciatu ti lassu stu cori custanti.

A tia lu lassu e non mi l’ha’ tradiri,
non fari ca lu fidi a n’autru amanti.

Di nottitempu ti vegnu a vidiri,
ti staju comu un’ummira davanti.

Si senti ventu, su’ li me’ suspiri,
l’acqua ca vivirai su’ li me chianti!

Oggi l’economia del paese è legata ad attività prevalentemente commerciali e agricole, all’allevamento del bestiame e al settore dei servizi. Sul territorio sono presenti anche piccole e medie industrie nel campo del vetro, della metalmeccanica, del sale alimentare e del legno, così come l’artigianato nel settore del ferro, del legno, del vetro e dei ricami. Ma esiste ancora una forte vitalità imprenditoriale, come insegna la storia di Calogero Montante.
Nato da una famiglia di possidenti terrieri, Calò è cresciuto nell’ officina di uno zio fabbro. Sono gli anni dei primi Giri d’Italia, le imprese sportive di Binda, Guerra e Girardengo arrivavano con le cronache della Gazzetta dello Sport anche a Serradifalco. Nell’ officina dello zio, Calò fantasticava su una bicicletta. Sua, tutta sua. Ma la mia passione era troppo forte, così mi costruii la mia prima bici Montante per correre la mia prima corsa». Il marchio ha la data del 1926. Ma Serradifalco non è Milano, la Sicilia delle pirrere, le zolfare, non è la Lombardia fra le due grandi guerre. In quella Sicilia Calogero Montante aprì la sua fabbrica in via Dante. Cominciò dai telai. Bici da corsa e da passeggio, da uomo e da donna. Va spesso a Milano, per contattare aziende che producono fanalini o cercare il costruttore delle dinamo», ha scritto il giornalista scrittore Gaetano Savatteri ricostruendo nel libro “La volata di Calò” i primi passi dell’avventura imprenditoriale di Calogero Montante. Le bici con il marchio Cicli Montante sono scelte da alcuni comandi della Polizia di Stato e dai Carabinieri. La bici da corsa fatta tutta nel centro della Sicilia costava quasi mille lire e nel 1956 la Cicli Montante era un’industria. E non produceva più soltanto bici. L’ azienda era grande, oggi vi progettano e vendono in ogni angolo d’Italia ammortizzatori per veicoli. Un miracolo, a Serradifalco. Nel 2000 Calò muore, a 92 anni, senza avere mai conosciuto un altro illustre siciliano che con una sua bicicletta un giorno fuggì da solo verso Agrigento.
Quest’altra personalità legata alla storia di Serradifalco è lo scrittore agrigentino Andrea Camilleri, rifugiatosi qui nell’estate del 1943 assieme alla madre, ai nonni e alle zie. Camilleri, ricordando i luoghi legati alla sua giovinezza, scrive: «La Liberazione mi sorprese a Serradifalco, il provincia di Caltanissetta, dove ero sfollato insieme a tutta la mia famiglia. Tranne mio padre, rimasto a Porto Empedocle perché «militarizzato», in quanto vicecomandante della capitaneria di porto».
Il giovane Andrea Camilleri da quindici giorni non aveva notizie di suo padre, “comandato” alla Capitaneria di Porto Empedocle. Voleva vederlo, voleva tornare nella sua casa in riva al mare. Sua zia Concettina gli prestò così una bicicletta. Lui ci montò su e, sulla strada occupata dai camion americani che arrancavano fra la polvere in senso contrario, arrivò fino alle porte di Agrigento. Era una bici Montante quella che lo portò dal padre, una di quelle progettata da Calogero.
Ma i serradifalchesi non sono solo degli operosi lavoratori, ma anche e soprattutto degli affamati di cultura. La biblioteca comunale ospita non a caso 3.770 volumi. Serradifalco ha ospitato negli ultimi decenni insigni personalità del mondo artistico e culturali, tra cui il poeta Ignazio Buttitta che nel 1970 pensò di certo anche alla gente di questo paese mentre redigeva la sua poesia “Un seculu di Storia”.

Accusu i politici
d’oggi e d’aeri:
Crispi e compagni,
pridicatura da monarchia,
beccamorti e fallignami
ca nchiuvaru a Sicilia
viva nta cruci.
Accusu i Savoia,
i primi e l’ultimu
re e imperaturi,
fascista e talianu
ncurunatu di midagghi
scippati cu sangu
ndo cori di matri.
Un seculu di guerri,
un seculu di stragi:
c’è ossa di siciliani
vrudicati nte diserti,
nta nivi,
nto fangu di ciumi:
c’è sangu di sulfarara,
di zappatura,
di matri scheletri
e picciriddi sparati
nte chiazzi da Sicilia.
Non hanno vuci e gridanu
L’ammazzati du ‘93
chi petri nte sacchetti
e la fami nte panzi vacanti.
Non hannu vuci e gridanu
cu coddu sutta i pedi di baruna,
cu l’ossa sturtiggnati du travagghiu;
ca lingua i cani
e u ciatu e denti.
Si si sicilianu
isa u vrazzu,
grapi a manu:
cincu banneri russi,
cincu!
Adduma a pruvulera du cori!
Si si sicilianu
fatti a vuci cannuni,
u pettu carru armatu,
i gammi cavaddi di mari:
annea i nimici da Sicilia!

Stefania Bruno 2

La Banca vicina alle imprese e alle famiglie
La storia di Serradifalco è quella di un paese che non ha mai piegato la testa. Fiero della sua identità, come il falco che gli dà il nome e lo rappresenta, è stato capace di reggere alle sconfitte della storia, ai periodi di prepotenza feudale, alla fatica della vita nei campi, ai lunghi e pericolosi viaggi dei carrettieri, alle condizioni disumane sofferte nelle miniere. Oggi Serradifalco è una cittadina pronta a esportare al mondo i suoi tesori, i suoi prodotti agricoli, le sue pregiate opere d’artigianato, è una realtà che sa fare impresa. E in questo compito al suo fianco si è ritrovata una banca amica del territorio e vicina alle esigenze delle famiglie.
Sebbene banche e banchieri siano spesso visti con sospetto, hanno un’importante funzione sociale, perché sono promotori di investimenti e quindi di nuova ricchezza. Se eticamente sana, una banca può dare speranza alla gente, è portatrice di nuova fiducia nel futuro e un trampolino di lancio per i giovani. I veri banchieri, poi, sono persone speciali, capaci di una correttezza d’animo fuori misura, addestrati a non farsi vincere dalle lusinghe della tanta carta moneta e dei valori che trattano, corretti, scrupolosi e soprattutto coscienti di avere a che fare ogni giorno non con assegni e cifre da far triplicare, ma con i sogni della gente da far realizzare. C’è poi chi, alla luce degli insegnamenti cristiani, ha visto nel ruolo della banca un aiuto leale per i più deboli spesso preda dell’avarizia dei ricchi accompagnata all’usura.
Per aiutare le categorie di lavoratori più fragili su principi di correttezza e solidarietà cristiana, all’inizio del secolo nacquero in Sicilia le prime Casse rurali e artigiane (riservate proprio a soci contadini, piccoli artigiani e operai, tra i quali i minatori). Si trattava di istituti che avevano dei sacerdoti cattolici come fondatori, aiutati da laici volenterosi, affiliati al Movimento cooperativo che in tutta Europa si basava su obbiettivi quali: superare gli egoismi individuali, esaltare le migliori energie dell’uomo, difesa dei deboli contro il comportamento opprimente dei benestanti, lotta per il superamento delle condizioni sociali più depresse, riconoscimento del proprio ruolo, affermazione della solidarietà ed elevazione morale. A sollecitare questa ondata di aiuti sociali, primo fra tutti, fu papa, Leone XIII con l’enciclica “Rerum Novarum”, grazie alla quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali e fondò la moderna dottrina sociale cristiana.
Con la benedizione papale, nel 1916 a Serradifalco fu così fondata la Cassa rurale e artigiana “San Leonardo”, che come tutte le Casse rurali del tempo, aveva sede in una sacrestia. Per decenni è stata il punto di riferimento della cittadina, intercettando la microeconomia che vi gravava attorno. La Cassa è cresciuta in simbiosi con la comunità, aiutandola ad andare avanti fino a oggi che, seppur con una diversa denominazione, continua a detenere il 70 per cento dei risparmi dei residenti. Superata la fase del post anni Sessanta, quando anche nelle piccole cittadine come Serradifalco arrivò la concorrenza delle grandi banche nazionali, la Cassa “San Leonardo” nel 1983 si trasformò in banca di Credito cooperativo seguendo le direttive europee in materia. Subito dopo si manifestò la necessità di procedere a delle aggregazioni, così nel 1996 la banca serradifalchese si aggregò con la più giovane Banca di credito cooperativo “Valle del Salso” di Sommatino che a sua volta si era unita con la banca di Ravanusa. Da questa due unione strategica di queste banche “sane” è nata la Banca del credito cooperativo del Nisseno. La sua crescita, però non si è fermata lì. Nel 1997 la Banca del Nisseno aggrega infatti gli istituti di credito cooperativo di Marianopoli e Gela e nel 2012 la storica banca “Don Luigi Sturzo” di Caltagirone. Un legame fortemente significativo, quest’ultimo, visto che era stato proprio don Sturzo a fondare una delle prime Casse rurali e artigiane della Sicilia nel paese di Caltagirone. Nella Banca del Nisseno, insomma, oggi vive l’anima sturziana, quella che permise a centinaia di poveri lavoratori di vivere dignitosamente e ingrandirsi senza cedere alle lusinghe degli usurai. Sportelli della Banca del Nisseno sono recentemente stati aperti a Caltanissetta e Butera, raggruppando in tutto 9 sportelli nella regione che abbracciano tre province con competenze territoriali di una trentina di Comuni. Il patrimonio della banca è di 35 milioni di euro, ha 50 dipendenti, 185 milioni di euro di prestiti alla clientela e 400 milioni di raccolta diretta e indiretta per un totale di 1.200 soci.
Sono i soci quelli che vengono definiti “capitale” della banca. Un capitale umano che assieme al fondo di beneficenza e mutualità, che non ammette l’esistenza di soci capitalisti, fa sì che venga prevista una quota degli utili da destinare a iniziative del territorio per contribuire alla crescita economica, morale e artistica della collettività. Questa è la missione delle banche di credito cooperativo, chiamate non a caso “micro giganti” e “banche con l’anima”, innanzitutto perché operano in piccoli territori, e poi perché si basano sul sistema della “banca corta”, cosicché tra l’operatore allo sportello e il direttore dell’istituto ci sono al massimo due passaggi, una prossimità organizzativa per tutti si conoscono per nome e conoscono bene la realtà di ogni singolo cliente. Attualmente, dopo la dipartita dello storico presidente della Banca del Nisseno, l’avvocato Giacomo Giambra di Serradifalco scomparso nel 2002, a ereditare le redini dell’istituto undici anni fa è stato l’allora 38enne Giuseppe Di Forti di San Cataldo.
Tante le iniziative sociali di spessore rivolte ai giovani, a realtà disagiate e ad associazioni ed enti che organizzano e gestiscono attività culturali, ricreative e umanitarie attivate in questi ultimi anni. La Banca del Nisseno ha portato avanti azioni etiche a sostegno di progetti di utilità sociale e di recente ha acquisito il palazzo delle ex Poste centrali di Caltanissetta, ristrutturandolo con grande attenzione per gli affreschi dell’artista palermitano Gino Morici e destinando parte dei locali a chiunque abbia necessità di presentazioni e conferenze, facendone di fatto uno spazio culturale suggestivo aperto alle diverse forme d’arte. Quella che era una volta la Festa del socio della Banca del Nisseno si è inoltre trasformata per la prima volta quest’anno in Festival del socio e dell’economia locale, aprendosi alle realtà territoriali, sostenendo i costi e l’organizzazione e mettendo a disposizione dei commercianti della zona stand, punti luce, gestione eventi. In questo modo, si risponde alle tante esigenze di promozione aziendale che arrivano dal basso, creando aggregazione e momenti di spettacolo senza tralasciare l’accesso diretto alle informazioni sulle attività economico-imprenditoriali del territorio. Festival che sarà itinerante nei prossimi anni.
Il futuro della Banca del Nisseno sarà sempre il Nisseno, le famiglie che gravitano attorno all’istituto bancario e i sogni dei piccoli imprenditori, portando avanti la sua missione di crescita economica come se fosse una missione cristiana in senso stretto, perché come diceva don Luigi Sturzo:
«Se il senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l’economia arriva al furto e alla truffa, la scienza si applica ai forni di Dachau, la filosofia al materialismo e al marxismo; l’arte decade nel meretricio. La missione del cattolico in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto vi si riflette il divino».

Testi tratti dalla spettacolo di “sand art” dell’artista Stefania Bruno – Festival del Socio 2013.

Stefania Bruno in poche parole:

“Quando un elemento naturale come la sabbia può diventare magia e arte, grazie alle abili mani di una grande pittrice”.

“Guardando queste immagini sentirete che il cuore parla attraverso le mani dell’artista, un talento unico che usando la sabbia e la sua abilità riesce a creare e donare un momento unico ed emozionante”.

“La straordinaria eleganza dei ritmi artistici, accompagnati dalla musica, scuote i granelli di sabbia ricreando forme istantanee dell’anima di luce”.

Ringraziamenti:

Artista:  Stefania Bruno

Testi: Mariangela Vacanti

Voci: Mariangela Vacanti, Vincenzo Bruno

Ricerca bibliografica: Laura Milazzo

Fonti storiche: Salvatore Galletti

Event management: Santo Gianfurcaro – Associazione “La Fenice – Officina del Sapere”